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Un nome che evoca spazi aperti ma non liberi, spirito di gruppo ma etnicamente (politicamente) isolato e altro ancora. Questo luogo virtuale si puo' trasformare in raccolta, memoria, discussione ed esperienza; spero di riuscire in questo.
Hasta presto.



tratto da "la guerra del Peloponneso" di Tucidide LIBRO II - V° secolo a.c.

«Le parole di molti, che mi hanno preceduto su questo palco, suonano a lode di chi volle concluso il rito funebre col fregio di questo discorso celebrativo: appare nobile offrirlo al pubblico ascolto, qui, dinanzi alle vittime della guerra, presso il loro sepolcro. Pure, io avrei considerato degno, per uomini che nell'azione fecero brillare il loro ardimento, d'illustrarne con atti di culto il valore, quali appunto davanti ai vostri occhi la gratitudine pubblica ha solennemente officiato in occasione di questa sepoltura.
La fede nei meriti di un gruppo numeroso d'uomini non dovrebbe dipendere dall'eloquenza più o meno abile di uno solo. Poiché gli accenti di un discorso pronunciato in questa circostanza, in cui tanto fluida e varia è nel pubblico attento l'impressione della verità, devono vibrare in misurato equilibrio. Delicata e ardua fatica, se si pensa che ^ l'ascoltatore informato e ben disposto tende a considerare l'esposizione inferiore alle sue aspettative e conoscenze, mentre chi non è al corrente propende ad avvertirvi un tono esagerato. Lo morde l'invidia, se ode di gesta che superano la sua natura. Le parole proclamate in plauso d'altri paiono tollerabili fino al punto in cui ciascuno si sente in grado di operare lui stesso le azioni lodate: oltre, s'avventa l'invidia e non si presta più fede. Ma gli antichi giudicarono decoroso questo costume: è mio dovere pertanto aderire all'uso, tentando di cogliere al massimo nel segno dei vostri voti e delle vostre attese.

36.
«E comincerò dagli antenati: è giusto, e in pieno accordo, con la circostanza presente, che si tributi ad essi l'onore del ricordo. Questo paese fu l'immutata dimora, nella vicenda di generazioni infinite, dello stesso popolo, il cui coraggio l'ha trasmesso a noi libero. Sia lode a loro: ma ancor più viva ai nostri padri che a prezzo di fatiche e rischi ampliarono l'originale ereditario dominio fino ai limiti d'oggi, e tale lo lasciarono a noi. Fummo noi, uomini ora nel fiore dell'età matura, ad annettervi i successivi ingrandimenti. E dotammo la città di ogni servizio, utile a renderla del tutto bastante a sé, nella guerra come in tempo di pace. Le loro gesta di lotta non dirò, da cui provenne ogni possesso, né il prode vigore con cui i padri e noi stessi ricacciammo gli assalti di stranieri e di genti greche: non voglio spender troppe parole con chi già sa. Ma illustrerò, per poi volgermi all'esaltazione di questi morti, i principi di vita che ci hanno diretti a tanta potenza, e la costituzione e i costumi civili in virtù dei quali s'è potuta estendere e consolidare. Poiché non solo stimo opportuno in questo momento ripercorrere quei temi, ma anche utile per la folla qui riunita dei concittadini e dei forestieri porgervi ascolto.
37.
«Il nostro ordine politico non si modella sulle costituzioni straniere. Siamo noi d'esempio ad altri, piuttosto che imitatori. E il nome che gli conviene è democrazia, governo nel pugno non di pochi, ma della cerchia più ampia di cittadini: vige anzi per tutti, da una parte, di fronte alle leggi, l'assoluta equità di diritti nelle vicende dell'esistenza privata; ma dall'altra si costituisce una scala di valori fondata sulla stima che ciascuno sa suscitarsi intorno, per cui, eccellendo in un determinato campo, può conseguire un incarico pubblico, in virtù delle sue capacità reali, più che nell'appartenenza a questa o a quella fazione politica. Di contro, se si considera il caso di un cittadino povero, ma capace di operare un ufficio utile allo Stato, non gli sarà d'impedimento la modestia della sua condizione. Nella nostra città, non solo le relazioni pubbliche s'intessono in libertà e scioltezza, ma anche riguardo a quel clima di guardinga, ombrosa diffidenza che di solito impronta i comuni e quotidiani rapporti, non si va in collera con il vicino, se fa un gesto un po' a suo talento, e non lo si annoia con visi duri, sguardi lividi, che senza voler esser un castigo, riescono pur sempre molesti. La tollerante urbanità che ispira i contatti tra persona e persona diviene, nella sfera della vita pubblica, condotta di rigorosa aderenza alle norme civili dettata da un profondo, devoto rispetto: seguiamo le autorità di volta in volta al governo, ma principalmente le leggi e più tra esse quante tutelano le vittime dell'ingiustizia e quelle che, sebbene non scritte, sanciscono per chi le oltraggia un'indiscutibile condanna: il disonore.
38.
«Non solo, ma anche abbiamo creato per lo spirito occasioni numerose di svago dai quotidiani sacrifici, istituendo giochi e solennità religiose in tutto l'arco dell'anno, arredando con eleganza le nostre abitazioni, il cui quotidiano godimento fa svanire, giorno per giorno, ogni tetro pensiero. Da tutte le contrade del mondo, l'importanza della nostra città richiama prodotti d'ogni specie, onde ci sorride la fortuna di poter cogliere i frutti del nostro suolo, e ritrovarvi gioiosamente un gusto non più familiare e intimo di quelli che affluiscono da paesi lontani.
39.
«Ecco le differenze tra i nostri metodi di preparazione alla guerra e gli avversari. La città accoglie tutti, senza provvedimenti d'espulsione per segregare i forestieri da qualche nostro segreto, morale o materiale, che diffuso e caduto sotto gli occhi di un eventuale nemico lo potrebbe gratificare d'un vantaggio. La nostra fiducia rampolla dall'ardimento che sappiamo esprimere nell'azione, più che nella forza di perfetti e astuti preparativi. Nel campo educativo, i nostri avversari si studiano con pesanti esercizi, fin dalla prima età, di conseguire il coraggio; mentre da noi la vita sciolta e indipendente ci permette non meno di affrontare ad armi pari qualunque lotta. Lo dimostro: mentre gli Spartani non procedono da soli all'invasione della nostra terra, ma convocano la loro lega al completo, noi quando attacchiamo un nemico esterno, lo superiamo senza produrre uno straordinario sforzo, pur combattendo in terra forestiera e contro uomini che difendono le loro proprietà. Inoltre, nessun nemico si è mai trovato di fronte le nostre forze armate al completo: poiché badiamo a man tenere in efficienza una flotta da guerra e contemporaneamente a dirigere su svariati bersagli nemici, per via di terra, molti nostri eserciti. Se si accende uno scontro con un nostro reparto e questi pochi cedono, si conclama la nostra totale disfatta. Ma se resistono, allora la vittoria è opera di tutte le nostre forze unite. Eppure, se ci disponiamo a contrastare i pericoli, agili di spensierato abbandono più che gravi di esercizi e fatiche, forti di un ardire sorgivo libero frutto dei nostri principi vitali più che di leggi né nasce per noi il guadagno di non piegarci in anticipo allo sgomento dei sacrifici futuri e, nel fuoco dell'impegno, di non mostrarci meno valorosi di coloro la cui esistenza è un tormentoso susseguirsi di prove. Per questi e per molti altri diversi motivi la nostra è una città degna di meraviglia.
40.
«Amiamo la bellezza, ma con limpido equilibrio coltiviamo il pensiero, ma senza languori. Investiamo l'oro in imprese attive, senza futili vanti. Non è vergogna, da noi, rivelare la propria povertà: piuttosto non saperla vincere, operando. In ogni cittadino non si distingue la cura degli affari politici da quella dei domestici e privati problemi, ed è viva in tutti la capacità di adempiere egregiamente a gli incarichi pubblici, qualunque sia per natura la consueta mansione. Poiché unici al mondo non valutiamo tranquillo un individuo in quanto si astiene da quelle attività, ma superfluo. Siamo noi stessi a prendere direttamente le decisioni o almeno a ragionare come si conviene sulle circostanze politiche: non riteniamo nocivo il discutere all'agire, ma il non rendere alla luce, attraverso il dibattito, tutti i particolari possibili di un'operazione, prima di intraprenderla. Anche in questo si nota la differenza tra noi e i nemici: le nostre direttive s'ispirano all'audacia più temeraria, temperata dalla più responsabile riflessione. Dove per gli altri l'osare è incoscienza, il ponderare impaccio. Saldissimi di cuore si giudicherebbero in modo retto coloro che penetrano nitidamente e distinguono le difficoltà e i diletti della vita, ma non per questo volgono le spalle di fronte ai pericoli. Per noi la nobiltà di spirito riveste un senso opposto all'interpretazione corrente: ci procuriamo le amicizie operando, non ricevendo benefici. L'autore di un beneficio mantiene più ferma la sua amicizia, in modo da custodire, come un pegno, la gratitudine, colma di simpatia del beneficato: chi rende un favore è più tiepido, poiché comprende che il suo ricambiare non è uno spontaneo atto di benevolenza, ma un debito assoluto. E soli offriamo altrui il nostro aiuto, non ponderando l'utile che ne potremo trarre, ma spinti dalla franca fiducia nel nostro spirito libero.
41.
«Dirò, in breve, che la città nostra è, nel suo complesso, una viva scuola per la Grecia. Non solo, ma in particolare mi sembra che ogni cittadino, educato alla nostra scuola, acquisti una personalità completa, agile all'esercizio degli impegni più diversi, con elegante disinvoltura. Non è questo puro splendore di parole, degno dell'occasione attuale, ma effettiva realtà. Lo mostra la potenza della nostra città, acquisto di tali metodi di vita. Unica infatti, nel nostro secolo, risulta nella prova superiore alla sua fama e sola non offre al nemico che l'assale motivo d'amaro sdegno per la bassa natura di quelli da cui è vinto e afflitto, e di disgusto ai sudditi, come se servissero una gente indegna. Non solo i contemporanei, ma più i posteri ci ammireranno, come autori di una potenza che ha lasciato profonde tracce nel mondo e ricche testimonianze. Non ci è indispensabile il canto celebrativo di un Omero o di qualunque poeta che ci diletti di lusinghe, al presente, con i suoi versi, mentre la verità s'incarica di smascherare l'esagerata lode dei fatti compiuti. Abbiamo piegato ogni mare, ogni terra a schiudere i suoi sentieri ai nostri passi impavidi, abbiamo elevato in ogni contrada i monumenti magnifici, perenni, delle nostre disfatte e dei nostri trionfi. Per tale città caddero lottando questi morti, nobilmente saldi a non lasciarsela rapire: è doveroso che ognuno dei vivi sia pronto per lei a soffrire lo stesso sacrificio.
42.
«Per questo ho intessuto il mio discorso a magnificare la città, non solo per spiegare che nella nostra lotta difendiamo un valore diverso da quelli che nulla possiedono di tanto prezioso, ma anche perché il mio elogio di questi prodi rifulga su salde basi. Elogio di cui ho già esposto la parte maggiore. I pregi, solennemente celebrati d'Atene, sono opera di quei valorosi e d'uomini simili. Non sono molti in Grecia, le cui imprese siano pari alla fama: come accadde per questi. E mi pare che un simile genere di morte, quella che si offre ora ai nostri sguardi, riveli appieno il valore di un uomo: ne costituisce il primo segno e insieme la testimonianza estrema. Poiché è giusto porre in rilievo il coraggio dimostrato da costoro che, pur manchevoli, umanamente, in qualche aspetto, lottarono contro il nemico, difendendo la patria: con un gesto intrepido cancellarono le ombre che offuscavano la loro vita e il loro pubblico merito è più profondo delle irregolarità privatamente commesse. Nessuno tra essi preferì godere oltre dei suoi averi o si lasciò sedurre dalla speranza di potere un giorno, fattosi ricco, sfuggire la povertà: nessuno fu vile per questo, né arretrò davanti al rischio estremo. Più li attrasse la vendetta sull'avversario e il pensiero che il proprio era il più nobile cimento: e vollero in esso punire il nemico e aspirare insieme a quei beni. Confidarono alla speranza l'incertezza della vittoria, ma nel vivo dell'azione, di fronte a una realtà ormai tangibile, preferirono contare unicamente su se stessi. Ritennero miglior destino combattere e morire che ripiegare e salvarsi. Sfuggirono l'onta della viltà, ressero a prezzo della vita lo sforzo e nell'attimo folgorante che corona il destino, al culmine di un lucido eroismo, più che d'uno smarrito sgomento, trapassarono.
43.
«Così furono degni d'Atene: voi, continuate pure la vita nell'augurio fidente di non esporla a così mortali pericoli, ma risoluti a non opporvi al nemico con più tiepido ardimento. Vantaggiosa condotta: ma che non divenga puro oggetto d'intellettuale riflessione, accesa in voi da chi potrebbe a lungo magnificarvela, esaltando la nobile necessità di difendervi, senza che voi imparaste qualcosa di nuovo. Più dovete esplorare con occhi d'amanti il crescere in concreta potenza, giorno dopo giorno, della nostra città, e ardere di lei. E quando vi sarete convinti della sua grandezza, considerare in voi che ne furono autori uomini audaci, pronti d'intelletto nelle necessità della vita, onesti, che se a volte fallirono nei loro progetti, mai almeno furono disposti a defraudare la patria del proprio valore, porgendolo a lei come il più ricco tributo. Poiché la comune salvezza richiese loro la vita: ma ciascuno d'essi n'ebbe in prezzo gloria eterna e il più insigne sepolcro non questo in cui posano, ma l'immortale memoria del mondo, in cui sopravvive e brilla, sempre risorgendo in ogni occasione di parola e d'opera, la loro fama. L'intera terra è sepolcro agli uomini illustri, ed il ricordo aleggia non solo sulle iscritte lastre tombali, in patria, ma anche in stranieri paesi la memoria non scritta dello spirito ne è più salda custode, in ogni uomo, di un monumento. Prendeteli a modello: considerate che la felicità è essere liberi, che la libertà è l'impavido coraggio. Non volgete atterriti lo sguardo ai sacrifici della guerra. Una vita desolata e vile, senza speranza d'elevazione, non può offrire, a chi la conduce, motivo d'esporla a rischi mortali; ben ne hanno, invece, coloro cui il futuro può ancora riservare un mutamento di condizione e cui la sconfitta procurerebbe un destino tormentosamente diverso dall'attuale. Poiché è più dolente amarezza, almeno per un uomo che possieda spirito fiero, piegarsi umile all'accettazione di una squallida sorte che accogliere, nell'espressione virile della propria forza e nella luce di una speranza comune, l'indistinto, leggero passaggio della morte.
44.
«Perciò non mi soffermo al compianto di voi, padri qui riuniti di questi caduti: piuttosto vi conforterò. Sapete tutti che l'esistenza è intessuta di varie sciagure. La preferibile fortuna per gli uomini è, come per questi, un nobilissimo morire, o come per voi, un purissimo soffrire. Felici anche coloro cui la misura della vita fu colma in un'ora di letizia. Comprendo quanto sia difficile convincervi di questa realtà. Quante volte la felicità altrui, di cui voi pure esultaste un tempo, farà rinascere il ricordo di chi avete perduto. Lo struggimento sgorga non dalla privazione di sconosciute fortune, ma quando v'è strappata una gioia resa soave dall'abitudine. A chi l'età consente altri figli stia saldo nel suo dolore e coltivi la speranza di affetti futuri, che faranno lieti i focolari, cancellando a poco poco lo strazio presente, e arrecheranno alla città un duplice vantaggio: non s'estinguerà il suo popolo e vivrà sicura. Poiché coloro che non si espongono ai rischi implicandovi, come gli altri, i propri figli, non possono esprimere deliberazioni misurate ed eque. Chi è avanti negli anni consideri un personale guadagno questo fortunato e più esteso tratto di vita. Pensate all'esiguità di quello che vi rimane, e vi conforti il pensiero di costoro, di come rifulga la loro gloria. Poiché l'amore di gloria è il solo sentimento che l'invecchiare non intacchi e sulle soglie estreme di una lunga vita non vige, come affermano pochi, la seduzione del lucro, ma dell'essere onorati.
45.
«Per i loro figli qui raccolti e per i fratelli prevedo un'ardua gara (si è soliti infatti lodare chi non è più in vita): anche se compirete gesta d'esaltante valore, conquisterete a gran fatica, nella generale considerazione, un livello forse lievemente inferiore al loro, pari giammai. In un paragone tra viventi, un sentimento di gelosia s'insinua sempre nel giudicare un antagonista. Ma a chi non è più tra i vivi compete il tributo affettuoso d'un apprezzamento puro da gelosa avversione. Se occorre un ricordo anche della virtù femminile, di quelle che rimarranno ora vedove, lo esprimerò in un monito brevissimo. Onore grande è per voi non risultare inferiori alla vostra natura di donne, ottenere che il vostro nome, in biasimo o in lode, corra il meno possibile sulle labbra degli uomini.
46.
«Ho dunque offerto, con il mio discorso, esponendo i pensieri che ritenevo degni, il tributo di parole che la legge prescrive a questi caduti: mentre le loro esequie ufficiali sono state in pratica celebrate, da questo istante lo stato sosterrà pubblicamente le spese per mantenere ed educare i loro figli fino all'età virile. Questa è l'utile corona che la città assegna come premio dopo tali cimenti, a questi che qui posano, e a quanti rimangono a vivere. Lo stato che propone al valore così eletti allori, godrà sempre dei cittadini più degni. Piangete ora ciascuno il vostro caro, e andate.»

hasta presto

 

 

 

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CITAZIONI

'il lupo ha diritto a chiamarsi lupo solo quando combatte con un lupo, non quando aggredisce un agnello' proverbio curdo

'La nostra gloria più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta.'(Confucio)

'Che differenza c’è tra poesia e prosa? La poesia dice troppo in pochissimo tempo, la prosa dice poco e ci mette un bel po’.'(Charles Bukowski)

 

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