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La Riserva
Un nome che evoca spazi aperti ma non liberi, spirito di gruppo ma etnicamente (politicamente)
isolato e altro ancora. Questo luogo virtuale si puo' trasformare in raccolta, memoria, discussione ed esperienza; spero di riuscire
in questo. Hasta presto.
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ISRAELE FALLIMENTO STRATEGICO
tratto da Repubblica nel blog di Franceschini
link permanente
"E' un'accusa pesante, quella rivolta da Gideon Rachman, un columnist del Financial Times, a Israele.
Nel suo articolo di oggi, il commentatore più autorevole del quotidiano finanziario britannico sugli
affari internazionali non critica lo Stato ebraico per una reazione sproporzionata alla minaccia, o
per eccessivo uso della forza, o per le sempre più pesanti perdite di civili - ma per avere sbagliato
strategia. L'operazione militare a Gaza, afferma, otterrà il risultato opposto di quello che il
governo di Gerusalemme si era prefissato: ossia rafforzerà Hamas, indebolirà Israele e allontanerà
la pace.
Vale la pena di riassumere la sua analisi (prima di decidere se si è d'accordo o meno), perchè è
comunque stimolante. Quali sono, comincia a dire Rachman, i bisogni strategici di Israele? Primo:
proteggere i suoi cittadini. Secondo: stabilire, o ristabilire se è stato incrinato, il proprio potere
di deterrenza, ossia di dissuadere nemici dall'attaccarlo. Terzo: mantenere un ampio sostegno internazionale.
Quarto: avere qualche prospettiva di una pace durevole.
Sul primo punto: Israele rischia di perdere, con l'operazione a Gaza, e in particolare con l'offensiva
di terra, molte più vite dei 4 israeliani uccisi dai razzi di Hamas nell'ultimo anno. Perdere soldati
in battaglia, naturalmente, è il lavoro di ogni esercito, ma un sondaggio condotto alla vigilia dell'offensiva
a Gaza riflette il fatto che quello israeliano è un esercito di popolo, un esercito di leva, che la
sera va a casa col fucile in spalla: il 70 per cento della popolazione era favorevole ai bombardamenti,
ma solo il 20 per cento all'attacco terrestre. Secondo punto: ad Hamas basterà riuscire a lanciare un
solo razzo contro Israele, dopo questa guerra, per sostenere di avere vinto, o perlomeno di non essere
stata sconfitta e distrutta, che dal suo punto di vista equivale a una vittoria. Avrà pagato un prezzo
altissimo per questo, ma per un'organizzazione votata al "martirio", ossia a uccidersi pur di uccidere
anche un solo nemico, questo è un onore. Il deterrente di Israele potrebbe risultarne indebolito anzichè
rafforzato. Terzo punto: Israele ha ricevuto relativamente poche critiche all'inizio dei bombardamenti.
Nessun paese accetterebbe di essere bombardato all'infinito dal suo vicino di casa al di là del confine,
senza reagire. Ma le critiche crescono di ora in ora, soltanto l'America (di Bush) continua ad appoggiare
l'operazione militare e non è detto che l'America di Obama lo farebbe alla stessa maniera (e adesso l'Onu,
dopo la morte di 30 civili in una sua scuola a Gaza, ha chiesto l'apertura di un'inchiesta internazionale).
Lo Stato ebraico si ritrova isolato. Quarto punto: Israele spera che la popolazione di Gaza si rivolti contro
Hamas, vera causa di tutti i danni, i morti, il sangue sofferto dai palestinesi in questi giorni. E spera che
una perdita di popolarità di Hamas aumenti le prospettive di pace. Ma ogni violenza contro gli israeliani ha
sempre reso l'opinione pubblica israeliana più battagliera, più ostile ai palestinesi, rafforzando il partito
dei "falchi" anzichè quello delle "colombe": perchè mai, si chiede il columnist del FT, i palestinesi dovrebbero reagire in modo differente? E
comunque, anche se Hamas venisse distrutta, qualsiasi governo palestinese che andasse al potere a Gaza
grazie a ciò sarebbe moralmente inaccettabile agli occhi della sua popolazione.
La frequente risposta israeliana a qualcuna di queste obiezioni è che comunque non c'era alternativa:
bisognava pur fare qualcosa per fermare i razzi e cambiare la situazione a Gaza. Ma un'alternativa,
sostiene Rachman, in realtà esisteva: rilassare il blocco di Gaza, in cambio di un rinnovamento della
tregua con Hamas scaduta a dicembre. Questa, a suo giudizio, rimaneva l'opzione migliore, non solo
dal punto di vista umanitario, ma anche da quello degli interessi strategici di Israele: ossia non
solo per compiacere l'Onu e i pacifisti a oltranza, ma per rafforzare lo Stato ebraico.
Si può concordare o meno con questa analisi, ma comunque voglio riferire anche l'anneddoto con cui
Gideon Rachman conclude il suo articolo. L'ultima volta che il columnist ha visitato i territori
palestinesi, ha fatto la conoscenza di un palestinese laico, istruito, che ha vissuto e lavorato
negli Stati Uniti, e che però gli ha detto di avere deciso di votare per Hamas alla prossima occasione.
Meravigliato, il columnist gli ha chiesto perchè. Risposta: "Perchè tutti i giorni gli israeliani
trovano un modo diverso di dirci 'fuck you'. Votando per Hamas, dico loro 'fuck you back'". Commenta
Rachman: "Mi sembra un efficace riassunto della tragica logica autolesionista che giace dietro la
nuova guerra di Gaza".

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