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La Riserva
Un nome che evoca spazi aperti ma non liberi, spirito di gruppo ma etnicamente (politicamente)
isolato e altro ancora. Questo luogo virtuale si puo' trasformare in raccolta, memoria, discussione ed esperienza; spero di riuscire
in questo. Hasta presto.
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IL SIONISMO E' UN GHETTO
Israele è un paese senz'anima, chiuso in se
stesso, militarista: lo sostiene l'intellettuale israeliano Avraham Burg. In un'intervista
che ha scatenato molte polemiche
ARI SHAVIT, HA'ARETZ, ISRAELE.
Liberazione.it n.699
Io e Avraham Burg, Avrum per gli
amici, ci siamo conosciuti venticinque
anni fa. Allora facevamo parte di
un gruppetto di soldati e uficiali della
riserva che protestavano contro la
prima guerra del Libano. "Soldati contro
il silenzio", ci chiamavamo. In occasione
del grande corteo per la pace di Tel Aviv
dopo il massacro di Sabra e Chatila, nel
1982, Avrum si fece notare. Poco dopo era
entrato in politica: era uno dei giovani e
brillanti collaboratori di Shimon Peres.
In seguito è diventato la grande speranza
della "giovane guardia" laburista. Poi è
stato presidente dell'Agenzia ebraica e
della Knesset, il parlamento israeliano,
oltre che candidato alla guida del Partito
laburista.
Improvvisamente, quattro anni fa, ha
mollato tutto. Era rimasto invischiato in
un discusso affare di privatizzazioni: la
stampa l'aveva diffamato, la polizia indagava
su di lui ed era finito nel mirino della
Corte dei conti. Durante questi anni è
stato impegnato a formulare le scomode
intuizioni raccolte nel suo ultimo libro
Lenatzeach et Hitler (Sconfiggere Hitler).
Per l'autore il libro ha una valenza profetica,
per molti altri sarà un testo dificile
da definire: contiene rilessioni scomode
sul sionismo, un ampio confronto tra
Israele e la Germania, dure critiche alla
condanna a morte di Adolf Eichmann,
considerazioni sull'ebraismo nell'era della
globalizzazione e ricordi del padre.
Un attacco radicale
Verso la fine del libro Burg cerca di trasformare
le sue critiche in un'ode a Israele.
Ma il tentativo non è del tutto convincente.
L'Israele di Lenatzeach et Hitler è
un posto difficile: brutale e imperialista,
chiuso e ostile. Un paese supericiale, violento,
dove manca ogni spiritualità.
La lettura del libro di Burg mi ha ferito.
Vi ho trovato il tentativo di un collega,
israeliano come me, di prendere le distanze
dalla nostra comune "israelianità":
un attacco unilaterale contro tutta la
storia di Israele. Eppure, dialogare con
Avrum è stato avvincente: abbiamo alzato
la voce, ci siamo scontrati duramente,
e a un certo punto abbiamo preso a girarci
attorno come gladiatori feriti nell'arena.
Avrum è un uomo di cultura e in un
discorso sa individuare gli argomenti effettivamente
controversi. È un amico e
un predatore, un fratello e un disertore.
Ho letto il tuo nuovo libro come un tradimento
del sionismo. Mi sono sbagliato?
Sei ancora sionista?
Sono un essere umano, un ebreo e un
israeliano. Il sionismo è stato lo strumento
che mi ha fatto passare dalla condizione
esistenziale di ebreo a quella di israeliano.
Mi sembra sia stato proprio Ben-
Gurion (il primo premier israeliano) a
dire che il movimento sionista era l'impalcatura
necessaria per costruire la casa,
ma che doveva essere smontata dopo la
fondazione dello stato.
Allora confermi di non essere più sionista?
Al primo Congresso sionista, il sionismo
politico di Theodor Herzl si impose
su quello culturale di Ahad Ha'am (pseudonimo del pensatore russo Asher Hirsch
Ginsberg). Oggi dobbiamo lasciarci
Herzl alle spalle e abbracciare il pensiero
di Ahad Ha'am.
Quindi non trovi più accettabile l'idea
di uno stato ebraico?
È un'idea che non può più funzionare.
Deinire Israele uno "stato ebraico" è il
modo migliore per farlo scomparire. Uno
stato ebraico è esplosivo. È dinamite.
E uno stato ebraico-democratico?
Questa è una definizione che piace a
molti. Suona bene. È schmaltzy, "sdolcinata"
in yiddish, nostalgica. Dà un'impressione
di compiutezza. Ma parlare di
uno "stato ebraico-democratico" è comunque
nitroglicerina.
Dovremmo forse cambiare il nostro
inno nazionale?
L'inno nazionale è solo un simbolo.
Anch'io sarei contentissimo di vivere in
una realtà perfetta dove l'unica cosa fuori
posto è l'inno nazionale.
Realtà e simboli
Allora forse dobbiamo cambiare la legge
del ritorno, quella che consente a tutti gli
ebrei del mondo di poter emigrare in
qualsiasi momento in Israele acquistandone
la cittadinanza?
Dobbiamo discuterne. La legge del ritorno
è la proiezione dell'immagine di Hitler
sulla nostra storia, e io non voglio che sia
Hitler a deinire la mia identità.
Dobbiamo smantellare l'Agenzia
ebraica?
Quando ne ero il presidente, proposi
di cambiare il nome da Agenzia ebraica
per la terra di Israele ad Agenzia ebraica
per la società israeliana: così ci sarebbe
stato spazio anche per attività ilantropiche.
L'agenzia dovrebbe occuparsi di tutti
i cittadini di Israele, compresi gli arabi.
Nel tuo libro scrivi che se si intende il
sionismo come corrente di pensiero catastroista,
allora tu non sei soltanto postsionista,
ma anche antisionista. Sai bene,
però, che dagli anni quaranta la componente
catastroista è parte integrante del
sionismo. Ne consegue che di fatto sei antisionista.
Già Ahad Ha'am aveva criticato Herzl
sostenendo che Israele doveva essere prima
di tutto un centro spirituale. Le idee
di Ha'am oggi sono più attuali. Il nostro
modello di sionismo aggressivo produce
risultati disastrosi.
Tu, però, non ti limiti a criticare il sionismo.
Il tuo libro è antisraeliano nel senso
più profondo, trasuda odio nei confronti
dell'israelianità.
Quand'ero ragazzo, ero un ebreo. Anzi,
come si diceva qui, un jew-boy, un giovane
ebreo: frequentavo un heder (scuola
religiosa) dove gli insegnanti erano tutti
ex studenti di yeshivà (seminario rabbinico).
Successivamente, e per buona parte
della mia vita, sono stato un israeliano.
Lingua, simboli, odori, sapori, luoghi:
tutto di me era israeliano. Ma oggi questa
identità non mi basta più, l'ho superata.
Delle tre anime che mi compongono -
umana, ebraica e israeliana - sento che
quella israeliana impoverisce le altre
due.
La tua posizione sembra conciliante e
umanistica. Ma poi manifesti un atteggiamento
durissimo verso gli israeliani.
Scrivi cose tremende contro di loro...
Io invece penso di aver scritto un libro
d'amore. Certo, l'amore fa male. Noi veniamo
da un luogo di tremendo dolore.
Ogni giorno vedo il mio amore appassire.
Vedo scomparire la mia società, il posto
dove sono cresciuto, la mia casa.
Amore? Ma se scrivi che gli israeliani
capiscono soltanto il linguaggio della forza!
Se qualcuno dicesse la stessa cosa degli
arabi, o di qualsiasi altro popolo, sarebbe
immediatamente tacciato di razzismo.
E a ragione!
Non puoi prendere una frase e far finta
che racchiuda tutto il senso del libro...
Ma non è soltanto una frase! È un giudizio
che si ripete. Sostieni che
Israele è un ghetto sionista, un
paese imperialista e brutale, che
crede soltanto a se stesso...
Prendi la guerra del Libano
dei primi anni ottanta: i soldati
sono tornati a casa, sono stati commessi
degli errori e sono stati fatti dei passi
avanti. Dopo una guerra del genere, gli
israeliani avrebbero dovuto capire che
quando l'esercito vince sul campo di battaglia,
in realtà non si tratta mai di una
vittoria. Avrebbero dovuto capire che la
forza non è una soluzione. Poi c'è stata
Gaza, e ho sentito le solite frasi: "Li
schiacceremo! Li cancelleremo!". Non
abbiamo imparato nulla. E il problema
non riguarda soltanto i rapporti internazionali,
ma anche quelli personali. Ascolta
le conversazioni della gente, osserva le
statistiche sulle violenze. Guarda il vero
volto di Israele!
Così sostieni che il problema non è solo
l'occupazione dei territori. Sarebbe il paese
nel suo complesso ad aver subito una
spaventosa mutazione.
E' vero: l'occupazione è solo una parte
del problema. Il punto è che Israele è una
società spaventata. Ma per trovare le radici
della nostra ossessione dobbiamo
guardare in faccia le nostre paure. E la
nostra paura primaria sono i sei milioni
di ebrei morti nella shoah.
I fantasmi del nazismo
Questa è la tesi fondante del libro. Non sei
il primo a formularla, ma lo fai con grande
acume. Secondo la tua analisi, noi
israeliani abbiamo la psiche paralizzata,
siamo attanagliati dal terrore e facciamo
uso della forza perché Hitler ci ha procurato
gravi danni psichici.
È così.
Credo che la tua lettura sia distorta.
La nostra non è solo immaginazione paranoica:
oggi siamo circondati da minacce
vere!
Oggi in Israele la vera frattura è fra
quelli che hanno fede e quelli che hanno
paura. La destra israeliana è riuscita a instillare
nell'anima politica del paese un
senso di paranoia generale. Anche io so
bene che esistono delle dificoltà, ma non
sono assolute. Forse che ogni nemico è
Auschwitz? E Hamas è davvero un lagello
divino?
Sei paternalista e supponente, Avrum.
Non riesci a capire gli israeliani, li tratti
come dei paranoici. Ma certi paranoici
sono davvero perseguitati! Il presidente
dell'Iran Ahmadinejad continua a ripetere
che abbiamo i giorni contati.
Certo, Ahmadinejad non è
Hitler. Ma non è neanche un miraggio:
è una minaccia concreta.
Tu fai inta di non vederlo.
In questo frangente, Israele
vive in una condizione traumatica, sotto
ogni punto di vista. Ma non credi che la
nostra capacità di affrontare l'Iran migliorerebbe
se il paese riacquistasse iducia
nel mondo? Non sarebbe meglio se
invece di affrontare il problema da soli, lo
affrontassimo facendo parte di uno schieramento
internazionale?
Nel tuo libro, noi israeliani non siamo
soltanto vittime dei nazisti: siamo noi
stessi dei giudeo-nazisti. Naturalmente
sei cauto: non arrivi a dire che Israele è la
Germania nazista. Però ci vai vicino: sostieni
che Israele è come la Germania prenazista.
Ho cominciato il libro dal punto più
triste. L'ho scritto come una preghiera
funebre per la perdita di Israele. Per quasi
tutto il tempo che ho impiegato a scriverlo,
ho pensato che si sarebbe intitolato
Hitler ha vinto. Ma col tempo ho cominciato
a capire che non tutto era perduto.
Ho scoperto particolari che non conoscevo:
per esempio che mio padre è stato un
rappresentante dell'ebraismo tedesco
molto progressista per la sua epoca. In
fondo, io sono un ottimista, e anche il inale
del mio libro lo è.
Il finale sarà anche ottimistico, ma in
tutto il libro metti Israele sullo stesso piano
della Germania. Si tratta davvero di
un parallelismo fondato?
Ciò che scrivo non è la verità assoluta.
Ma ci sono alcuni fattori comuni ai due
paesi che mi hanno spinto a fare questo
paragone: la percezione di essere vittime
di un affronto, la tendenza a sentirsi riiutati
dal mondo, le perdite di guerra considerate
ingiustiicabili. Sono questi i motivi
della centralità del militarismo nella
nostra identità.
Sembri quasi sostenere che abbiamo
dentro il virus del nazismo...
Il termine nazismo è troppo pesante.
Eppure nel libro scrivi: "A volte mi risulta
dificile distinguere fra il nazionalsocialismo
dei primordi e certe dottrine
nazionali di oggi".
C'è differenza tra dire "nazista" e "nazionalsocialista".
La parola nazista è deinitiva.
Per noi ha un signiicato deinitivo,
terminale.
E va bene, lasciamo pure da parte il
nazismo. Temi una deriva fascista in
Israele?
Penso sia già una realtà.
Credi davvero che gli slogan razzisti
che si leggono sui muri di Gerusalemme
siano paragonabili a quelli della Germania
degli anni trenta?
Non stiamo facendo abbastanza per
evitare che frasi come quelle vengano
pronunciate. Inoltre sento sempre più
spesso espressioni violente: li distruggeremo,
li cacceremo. In questi anni abbiamo
spinto il conine di ciò che è accettabile
sempre più in là. Non so dove ci fermeremo.
Un nuovo percorso
A un certo punto, nel libro, scrivi: "Ci sono
buone probabilità che in futuro la
Knesset arrivi a proibire ai cittadini
israeliani di avere rapporti sessuali con
gli arabi, a impedire a un arabo di assumere
una donna delle pulizie o un lavoratore
ebreo: gli stessi provvedimenti conte-
nuti nelle leggi di Norimberga
del 1935. Tutto questo
accadrà, anzi sta già
accadendo". Avrum, non è
che ti sei lasciato prendere
la mano?
Quando ero presidente
della Knesset ho avuto colloqui
approfonditi con
parlamentari di tutti i partiti.
Ho sentito uomini e
donne che si definivano
paciisti ammettere di volere
una soluzione al conlitto
solo perché odiano gli
arabi, e deputati di destra
usare un linguaggio degno
di Meir Kahane (il rabbino
ultranazionalista assassinato
nel 1990 e favorevole
all'espulsione dei palestinesi).
Il partito di Kahane
ha perso potere, ma il
kahanismo rappresenta il
dieci, il 15 o forse addirittura
il 20 per cento delle posizioni
nella Knesset. Queste
faccende sono tutt'altro
che semplici.
Sarò franco: anche io
sono convinto che abbiamo
seri problemi morali e psicologici,
ma penso che il
paragone con la Germania
alla vigilia dell'avvento del
nazismo sia infondato. Un
solo esempio: è innegabile
che in Israele oggi esista un
problema legato al ruolo dell'esercito nella
vita sociale e al peso dei militari in politica,
ma il paragone tra il militarismo
israeliano e quello tedesco è sbagliato. Descrivi
Israele come una specie di Sparta
prussiana che vive per la guerra. Non è
questo il paese che io conosco, non nel
2007.
Invidio la tua capacità di vederla in
questi termini, davvero! Io penso invece
che siamo una società perennemente in
guerra. Il paragone con la Germania non
è casuale: sono i dodici anni di nazismo
che abbiamo subìto a obbligarci a vivere
così. Prendiamo per esempio il muro di
separazione dai Territori: è una barriera
contro la paranoia. Una soluzione nata
proprio nel mio ambiente politico e culturale.
L'idea alla base è semplice: con il
muro non vedremo più i palestinesi dei
Territori e così ogni problema sarà risolto.
Il movimento laburista è sempre attento
a cercare il dialogo, eppure anche
noi sappiamo essere terribilmente meschini.
La barriera segna isicamente il
confine dell'Europa. Serve a dire: "Qui
finisce l'Europa. Gli israeliani sono
l'avamposto dell'Europa e una barriera li
separa dai barbari". È una posizione assurda,
segna l'abbandono di ogni tentativo
di integrazione, è xenofoba
e demenziale. E per
giunta, arriva proprio nel
momento in cui la stessa
Europa e il mondo intero
compiono passi notevolissimi
verso l'interiorizzazione
delle lezioni della shoah.
La verità è che tu sei un
europeista a tutti gli effetti.
Abiti a Nataf, ma è come se
vivessi a Bruxelles.
Certo. Io vedo nell'Unione
europea un'utopia biblica.
Non so quanto durerà,
ma è una costruzione stupefacente.
La tua ammirazione per l'Europa non
è casuale. Uno degli aspetti più interessanti
del tuo libro è che il sabra (l'ebreo
nato in Israele) Avrum Burg quasi rinnega
la sua identità per avvicinarsi a una
sorta di romanticismo yekke (il termine
israeliano che indica gli ebrei di origine
tedesca). Nel tuo libro il modello ideale da
seguire è quello dell'ebraismo tedesco.
Il fatto è che tu, Ari, non fai che distinguere e separare, mentre io cerco di unire.
Non sto voltando le spalle alla mia
identità sabra, sto imboccando una strada
diversa.
Io ho una critica da muovere a questo
romanticismo. Tu consideri un modello i
mille anni di ebraismo tedesco. Questo
modello, però, ha condotto
ad Auschwitz. La tua utopia
yekke è comprensibile e
attraente. Ma è una menzogna.
Tu credi invece che possa
esserci un romanticismo
concreto? Il tuo romanticismo
israeliano è reale?
Identità e romanticismo
La mia israelianità non è
romantica: è crudele. Nasce
dalla comprensione della
necessità. Tu, invece, davanti
alla necessità ti nascondi. Emotivamente,
preferisci emigrare da Dresda a
Manhattan piuttosto che fare i conti con
il destino ebraico-israeliano.
Anche se non vogliamo accettarlo, la diaspora
comincia ai primordi della nostra
storia. Abramo scopre Dio fuori dai conini
della terra promessa, Giacobbe conduce
le tribù oltre i conini e la Torah è
rivelata agli ebrei fuori dalla loro terra.
Da israeliani e da sionisti abbiamo ignorato
tutto questo per secoli. Come l'ebraismo
tedesco ha prodotto risultati straordinari,
anche gli ebrei d'America hanno
creato qualcosa di stupefacente. Hanno
dato vita a un contesto in cui il goy (il gentile,
il non ebreo) può essere padre, madre,
iglio e compagno dell'ebreo. Negli
Stati Uniti il goy non è ostile: è aperto,
ospitale. Da questo nasce un ebraismo
fatto di integrazione, non di emarginazione.
In quell'ebraismo trovo caratteristiche
che mancano in Israele: qui il goy è
ancora quello dei tempi del ghetto, ostile
e incline allo scontro.
Il tuo è un atteggiamento profondamente
antisionista. Sei dalla parte dell'ebraismo
tedesco e americano, e giudichi
rozzo e primitivo il sionismo.
È vero. La realtà israeliana non è entusiasmante.
E difficile ammetterlo, ma
Israele è con le spalle al muro. Domanda
ai tuoi amici se sono sicuri che i loro igli
vivranno qui. Quanti di loro ti risponderanno
di sì? Forse la metà. L'élite israeliana
si è già separata da questa terra. E senza
élite, non c'è nazione.
Stai dicendo che Israele muore per
mancanza di spiritualità...
Sì. Siamo già morti. Non lo sappiamo
ancora, ma siamo morti. Il sistema non
funziona più.
Quella dimensione spirituale e quel
fermento culturale che mancano qui, si
trovano nell'ebraismo americano?
Certo. Gli autori ebrei più importanti
sono negli Stati Uniti, non in Israele. Ormai
non provo più alcun senso di appartenenza
alla comunità religiosa di cui facevo
parte, e sono altrettanto lontano da
quella laica. Non ho nessuno con cui parlare.
Sto qui a discutere con te, e neanche
tu mi capisci. Sei fermo a un estremismo
nazionalista e sciovinista.
Non è esatto. Sono consapevole della
ricchezza ebraica di cui parli. Ma penso
anche che l'analisi sionista sia corretta:
senza Israele non c'è futuro per una civiltà
ebraica non ortodossa.
Prendi un concentrato di israelianità:
Moshe Dayan (generale e politico israeliano)
per esempio. Sei certo che questo
tipo di israelianità, se fosse l'unico esistente,
potrebbe sopravvivere? Considera
invece personalità come Martin Buber o
George Steiner (rispettivamente ilosofo
e studioso di letteratura di origine ebraica).
La mia esperienza mi dice che personaggi
del genere fanno molta più strada
dei soldati.
Insomma, ti stai preparando all'esilio...
La diaspora
comincia ai
primordi della
nostra storia.
È così, anche
se non
vogliamo
accettarlo
Nella storia degli ebrei l'esistenza spirituale
è eterna, l'esistenza politica è temporanea.
In questo senso, sei essenzialmente un
non-sionista. Per mantenere in vita questo
paese occorre un'energia spaventosa,
mentre secondo te non bisogna dedicarsi
completamente a Israele.
Non esiste una totalità israeliana, esiste
una totalità ebraica: l'israeliano è un
mezzo ebreo. L'ebraismo ha sempre previsto
alternative: l'errore del sionismo è
stato annullare queste alternative. Il sionismo
ha creato un sistema basato in
gran parte su presupposti illusori. L'israelianità
è fatta di solo corpo. Non ha anima:
tutt'al più qualche rimasuglio di anima.
Spiritualmente sei già morto, Ari.
Hai soltanto un corpo israeliano. Se vai
avanti così, presto non esisterai più.
Il futuro e la bomba
Ma l'israelianità è molto più ricca di
quanto tu creda, Avrum! Possiede energia,
vitalità, ha diverse facce, è produttiva.
Tu, però, sei fuggito dall'israelianità.
Hai disertato. Eri un israeliano. Eri più
israeliano di me. Ma non lo sei più.
Già, non lo sono più. Io penso che l'essere
"non israeliani" non sia un'alternativa a
duemila anni di storia ebraica. È per questo
che ho scritto il libro: non posso lasciare
questo mondo mentendo a me
stesso. L'ho già detto: non c'è esistenza
ebraica senza narrazione. E qui, in Israele,
una narrazione non c'è più. Ma la cosa
più grave è che non ci sono forze capaci di
tirare fuori una narrazione dall'interno.
Per questo scelgo di andarmene nel mondo,
nell'ebraismo. Perché l'ebreo è il primo
postmoderno, il primo globalista.
Certo, oggi sei un cittadino del mondo:
hai preso il passaporto francese e hai votato
alle ultime presidenziali...
La mia gerarchia identitaria è questa: cittadino
del mondo, poi ebreo e soltanto
dopo israeliano. Sento il peso della responsabilità
per la pace del mondo. E ai
miei occhi, Nicolas Sarkozy è una minaccia
alla pace: per questo sono andato a
votare contro di lui.
Sei francese, quindi.
Per molti versi sono europeo. E dal
mio punto di vista, Israele è parte dell'Europa.
Ma non è così. Sei una personalità
pubblica israeliana che sceglie di partecipare
da francese alle elezioni francesi. È
un atto da ebreo pre-sionista.
È vero. È un atto assolutamente ebraico.
Mi sto avvicinando a una condizione
totalmente ebraica.
Stai consigliando a tutti gli israeliani
di prendere un passaporto straniero?
Chiunque può, dovrebbe farlo.
Ma così viene smantellato il patto che
è alla base della società israeliana. Giochi
con i tuoi molteplici passaporti: una cosa
che molti israeliani non possono fare.
Queste sono le tue paure, Ari. Dobbiamo
smettere di avere paura. È ciò che
scrivo nel mio libro.
Ma tu non sei soltanto il tuo libro,
Avrum. Sei anche la persona che vive fuori
dal libro. E c'è una contraddizione fra
l'ascetismo dell'autore del libro e la vita
politica che hai vissuto.
È una domanda terribile. Comunque
in parte hai ragione: per molti anni ho
vissuto in una menzogna, non sono stato
me stesso. All'inizio del mio percorso politico
lottavo con entusiasmo per la religione,
lo stato e la pace. Allora ero veramente
me stesso. Dopo sono stato un
mapainik (militante del Mapai, il movimento
precursore del partito laburista):
non ero più io, lo facevo senza onestà.
E ora che sei libero dalle costrizioni
della politica deinisci gli omicidi mirati
degli "atti criminali" e l'occupazione dei
territori un'Anschluss israeliana. Un'Anschluss
israeliana?
Cosa vuoi che ti dica? Che siamo lì per
motivi umanitari? Che siamo la Croce
rossa?
Insomma, siamo arrivati a commettere
crimini di guerra?
Non riesco a vedere le cose in un altro
modo, specialmente se non c'è possibilità
di dialogo. Alla ine il numero di innocenti
uccisi diventerà talmente grande da
non potere più essere controllato. Allora
la Palestina, Israele e il mondo esploderanno.
Riesco già a immaginare il cumulo
di cadaveri palestinesi crescere oltre il
muro costruito pur di non vederli.
Ora sei anche gandhiano... Sostieni
che la reazione giusta alla shoah non sia
stata quella di Mordechai Anielewicz (il
comandante dell'insurrezione nel ghetto
di Varsavia), ma quella di Gandhi!
Io credo nella dottrina della nonviolenza.
Non penso affatto che credere nella
nonviolenza signiichi essere un ingenuo.
Gandhi è quanto di più ebraico esista.
Il tuo approccio gandhiano ti porta a
pensare che Israele dovrebbe abbandonare
l'arma nucleare...
Certo. Il giorno in cui sarà smantellata
la bomba sarà il più importante nella storia
di Israele. Vorrà dire che avremo raggiunto
una pace stabile con i nostri vicini
e che non avremo più bisogno di armi simili.
Dev'essere questa la nostra aspirazione.