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Un nome che evoca spazi aperti ma non liberi, spirito di gruppo ma etnicamente (politicamente) isolato e altro ancora. Questo luogo virtuale si puo' trasformare in raccolta, memoria, discussione ed esperienza; spero di riuscire in questo.
Hasta presto.



IL SIONISMO E' UN GHETTO
Israele è un paese senz'anima, chiuso in se stesso, militarista: lo sostiene l'intellettuale israeliano Avraham Burg. In un'intervista che ha scatenato molte polemiche
ARI SHAVIT, HA'ARETZ, ISRAELE.

Liberazione.it n.699

Io e Avraham Burg, Avrum per gli amici, ci siamo conosciuti venticinque anni fa. Allora facevamo parte di un gruppetto di soldati e uficiali della riserva che protestavano contro la prima guerra del Libano. "Soldati contro il silenzio", ci chiamavamo. In occasione del grande corteo per la pace di Tel Aviv dopo il massacro di Sabra e Chatila, nel 1982, Avrum si fece notare. Poco dopo era entrato in politica: era uno dei giovani e brillanti collaboratori di Shimon Peres. In seguito è diventato la grande speranza della "giovane guardia" laburista. Poi è stato presidente dell'Agenzia ebraica e della Knesset, il parlamento israeliano, oltre che candidato alla guida del Partito laburista. Improvvisamente, quattro anni fa, ha mollato tutto. Era rimasto invischiato in un discusso affare di privatizzazioni: la stampa l'aveva diffamato, la polizia indagava su di lui ed era finito nel mirino della Corte dei conti. Durante questi anni è stato impegnato a formulare le scomode intuizioni raccolte nel suo ultimo libro Lenatzeach et Hitler (Sconfiggere Hitler). Per l'autore il libro ha una valenza profetica, per molti altri sarà un testo dificile da definire: contiene rilessioni scomode sul sionismo, un ampio confronto tra Israele e la Germania, dure critiche alla condanna a morte di Adolf Eichmann, considerazioni sull'ebraismo nell'era della globalizzazione e ricordi del padre.

Un attacco radicale

Verso la fine del libro Burg cerca di trasformare le sue critiche in un'ode a Israele. Ma il tentativo non è del tutto convincente. L'Israele di Lenatzeach et Hitler è un posto difficile: brutale e imperialista, chiuso e ostile. Un paese supericiale, violento, dove manca ogni spiritualità. La lettura del libro di Burg mi ha ferito. Vi ho trovato il tentativo di un collega, israeliano come me, di prendere le distanze dalla nostra comune "israelianità": un attacco unilaterale contro tutta la storia di Israele. Eppure, dialogare con Avrum è stato avvincente: abbiamo alzato la voce, ci siamo scontrati duramente, e a un certo punto abbiamo preso a girarci attorno come gladiatori feriti nell'arena. Avrum è un uomo di cultura e in un discorso sa individuare gli argomenti effettivamente controversi. È un amico e un predatore, un fratello e un disertore.
Ho letto il tuo nuovo libro come un tradimento del sionismo. Mi sono sbagliato? Sei ancora sionista?
Sono un essere umano, un ebreo e un israeliano. Il sionismo è stato lo strumento che mi ha fatto passare dalla condizione esistenziale di ebreo a quella di israeliano. Mi sembra sia stato proprio Ben- Gurion (il primo premier israeliano) a dire che il movimento sionista era l'impalcatura necessaria per costruire la casa, ma che doveva essere smontata dopo la fondazione dello stato.
Allora confermi di non essere più sionista?
Al primo Congresso sionista, il sionismo politico di Theodor Herzl si impose su quello culturale di Ahad Ha'am (pseudonimo del pensatore russo Asher Hirsch Ginsberg). Oggi dobbiamo lasciarci Herzl alle spalle e abbracciare il pensiero di Ahad Ha'am.
Quindi non trovi più accettabile l'idea di uno stato ebraico?
È un'idea che non può più funzionare. Deinire Israele uno "stato ebraico" è il modo migliore per farlo scomparire. Uno stato ebraico è esplosivo. È dinamite.
E uno stato ebraico-democratico?
Questa è una definizione che piace a molti. Suona bene. È schmaltzy, "sdolcinata" in yiddish, nostalgica. Dà un'impressione di compiutezza. Ma parlare di uno "stato ebraico-democratico" è comunque nitroglicerina.
Dovremmo forse cambiare il nostro inno nazionale?
L'inno nazionale è solo un simbolo. Anch'io sarei contentissimo di vivere in una realtà perfetta dove l'unica cosa fuori posto è l'inno nazionale.

Realtà e simboli

Allora forse dobbiamo cambiare la legge del ritorno, quella che consente a tutti gli ebrei del mondo di poter emigrare in qualsiasi momento in Israele acquistandone la cittadinanza?
Dobbiamo discuterne. La legge del ritorno è la proiezione dell'immagine di Hitler sulla nostra storia, e io non voglio che sia Hitler a deinire la mia identità.
Dobbiamo smantellare l'Agenzia ebraica?
Quando ne ero il presidente, proposi di cambiare il nome da Agenzia ebraica per la terra di Israele ad Agenzia ebraica per la società israeliana: così ci sarebbe stato spazio anche per attività ilantropiche. L'agenzia dovrebbe occuparsi di tutti i cittadini di Israele, compresi gli arabi.
Nel tuo libro scrivi che se si intende il sionismo come corrente di pensiero catastroista, allora tu non sei soltanto postsionista, ma anche antisionista. Sai bene, però, che dagli anni quaranta la componente catastroista è parte integrante del sionismo. Ne consegue che di fatto sei antisionista.
Già Ahad Ha'am aveva criticato Herzl sostenendo che Israele doveva essere prima di tutto un centro spirituale. Le idee di Ha'am oggi sono più attuali. Il nostro modello di sionismo aggressivo produce risultati disastrosi.
Tu, però, non ti limiti a criticare il sionismo. Il tuo libro è antisraeliano nel senso più profondo, trasuda odio nei confronti dell'israelianità.
Quand'ero ragazzo, ero un ebreo. Anzi, come si diceva qui, un jew-boy, un giovane ebreo: frequentavo un heder (scuola religiosa) dove gli insegnanti erano tutti ex studenti di yeshivà (seminario rabbinico). Successivamente, e per buona parte della mia vita, sono stato un israeliano. Lingua, simboli, odori, sapori, luoghi: tutto di me era israeliano. Ma oggi questa identità non mi basta più, l'ho superata. Delle tre anime che mi compongono - umana, ebraica e israeliana - sento che quella israeliana impoverisce le altre due.
La tua posizione sembra conciliante e umanistica. Ma poi manifesti un atteggiamento durissimo verso gli israeliani. Scrivi cose tremende contro di loro...
Io invece penso di aver scritto un libro d'amore. Certo, l'amore fa male. Noi veniamo da un luogo di tremendo dolore. Ogni giorno vedo il mio amore appassire. Vedo scomparire la mia società, il posto dove sono cresciuto, la mia casa.
Amore? Ma se scrivi che gli israeliani capiscono soltanto il linguaggio della forza! Se qualcuno dicesse la stessa cosa degli arabi, o di qualsiasi altro popolo, sarebbe immediatamente tacciato di razzismo. E a ragione!
Non puoi prendere una frase e far finta che racchiuda tutto il senso del libro...
Ma non è soltanto una frase! È un giudizio che si ripete. Sostieni che Israele è un ghetto sionista, un paese imperialista e brutale, che crede soltanto a se stesso...
Prendi la guerra del Libano dei primi anni ottanta: i soldati sono tornati a casa, sono stati commessi degli errori e sono stati fatti dei passi avanti. Dopo una guerra del genere, gli israeliani avrebbero dovuto capire che quando l'esercito vince sul campo di battaglia, in realtà non si tratta mai di una vittoria. Avrebbero dovuto capire che la forza non è una soluzione. Poi c'è stata Gaza, e ho sentito le solite frasi: "Li schiacceremo! Li cancelleremo!". Non abbiamo imparato nulla. E il problema non riguarda soltanto i rapporti internazionali, ma anche quelli personali. Ascolta le conversazioni della gente, osserva le statistiche sulle violenze. Guarda il vero volto di Israele!
Così sostieni che il problema non è solo l'occupazione dei territori. Sarebbe il paese nel suo complesso ad aver subito una spaventosa mutazione.
E' vero: l'occupazione è solo una parte del problema. Il punto è che Israele è una società spaventata. Ma per trovare le radici della nostra ossessione dobbiamo guardare in faccia le nostre paure. E la nostra paura primaria sono i sei milioni di ebrei morti nella shoah.

I fantasmi del nazismo

Questa è la tesi fondante del libro. Non sei il primo a formularla, ma lo fai con grande acume. Secondo la tua analisi, noi israeliani abbiamo la psiche paralizzata, siamo attanagliati dal terrore e facciamo uso della forza perché Hitler ci ha procurato gravi danni psichici.
È così.
Credo che la tua lettura sia distorta. La nostra non è solo immaginazione paranoica: oggi siamo circondati da minacce vere!
Oggi in Israele la vera frattura è fra quelli che hanno fede e quelli che hanno paura. La destra israeliana è riuscita a instillare nell'anima politica del paese un senso di paranoia generale. Anche io so bene che esistono delle dificoltà, ma non sono assolute. Forse che ogni nemico è Auschwitz? E Hamas è davvero un lagello divino?
Sei paternalista e supponente, Avrum. Non riesci a capire gli israeliani, li tratti come dei paranoici. Ma certi paranoici sono davvero perseguitati! Il presidente dell'Iran Ahmadinejad continua a ripetere che abbiamo i giorni contati. Certo, Ahmadinejad non è Hitler. Ma non è neanche un miraggio: è una minaccia concreta. Tu fai inta di non vederlo.
In questo frangente, Israele vive in una condizione traumatica, sotto ogni punto di vista. Ma non credi che la nostra capacità di affrontare l'Iran migliorerebbe se il paese riacquistasse iducia nel mondo? Non sarebbe meglio se invece di affrontare il problema da soli, lo affrontassimo facendo parte di uno schieramento internazionale?
Nel tuo libro, noi israeliani non siamo soltanto vittime dei nazisti: siamo noi stessi dei giudeo-nazisti. Naturalmente sei cauto: non arrivi a dire che Israele è la Germania nazista. Però ci vai vicino: sostieni che Israele è come la Germania prenazista.
Ho cominciato il libro dal punto più triste. L'ho scritto come una preghiera funebre per la perdita di Israele. Per quasi tutto il tempo che ho impiegato a scriverlo, ho pensato che si sarebbe intitolato Hitler ha vinto. Ma col tempo ho cominciato a capire che non tutto era perduto. Ho scoperto particolari che non conoscevo: per esempio che mio padre è stato un rappresentante dell'ebraismo tedesco molto progressista per la sua epoca. In fondo, io sono un ottimista, e anche il inale del mio libro lo è.
Il finale sarà anche ottimistico, ma in tutto il libro metti Israele sullo stesso piano della Germania. Si tratta davvero di un parallelismo fondato?
Ciò che scrivo non è la verità assoluta. Ma ci sono alcuni fattori comuni ai due paesi che mi hanno spinto a fare questo paragone: la percezione di essere vittime di un affronto, la tendenza a sentirsi riiutati dal mondo, le perdite di guerra considerate ingiustiicabili. Sono questi i motivi della centralità del militarismo nella nostra identità.
Sembri quasi sostenere che abbiamo dentro il virus del nazismo...
Il termine nazismo è troppo pesante.
Eppure nel libro scrivi: "A volte mi risulta dificile distinguere fra il nazionalsocialismo dei primordi e certe dottrine nazionali di oggi".
C'è differenza tra dire "nazista" e "nazionalsocialista". La parola nazista è deinitiva. Per noi ha un signiicato deinitivo, terminale.
E va bene, lasciamo pure da parte il nazismo. Temi una deriva fascista in Israele?
Penso sia già una realtà.
Credi davvero che gli slogan razzisti che si leggono sui muri di Gerusalemme siano paragonabili a quelli della Germania degli anni trenta?
Non stiamo facendo abbastanza per evitare che frasi come quelle vengano pronunciate. Inoltre sento sempre più spesso espressioni violente: li distruggeremo, li cacceremo. In questi anni abbiamo spinto il conine di ciò che è accettabile sempre più in là. Non so dove ci fermeremo.

Un nuovo percorso

A un certo punto, nel libro, scrivi: "Ci sono buone probabilità che in futuro la Knesset arrivi a proibire ai cittadini israeliani di avere rapporti sessuali con gli arabi, a impedire a un arabo di assumere una donna delle pulizie o un lavoratore ebreo: gli stessi provvedimenti conte- nuti nelle leggi di Norimberga del 1935. Tutto questo accadrà, anzi sta già accadendo". Avrum, non è che ti sei lasciato prendere la mano?
Quando ero presidente della Knesset ho avuto colloqui approfonditi con parlamentari di tutti i partiti. Ho sentito uomini e donne che si definivano paciisti ammettere di volere una soluzione al conlitto solo perché odiano gli arabi, e deputati di destra usare un linguaggio degno di Meir Kahane (il rabbino ultranazionalista assassinato nel 1990 e favorevole all'espulsione dei palestinesi). Il partito di Kahane ha perso potere, ma il kahanismo rappresenta il dieci, il 15 o forse addirittura il 20 per cento delle posizioni nella Knesset. Queste faccende sono tutt'altro che semplici.
Sarò franco: anche io sono convinto che abbiamo seri problemi morali e psicologici, ma penso che il paragone con la Germania alla vigilia dell'avvento del nazismo sia infondato. Un solo esempio: è innegabile che in Israele oggi esista un problema legato al ruolo dell'esercito nella vita sociale e al peso dei militari in politica, ma il paragone tra il militarismo israeliano e quello tedesco è sbagliato. Descrivi Israele come una specie di Sparta prussiana che vive per la guerra. Non è questo il paese che io conosco, non nel 2007.
Invidio la tua capacità di vederla in questi termini, davvero! Io penso invece che siamo una società perennemente in guerra. Il paragone con la Germania non è casuale: sono i dodici anni di nazismo che abbiamo subìto a obbligarci a vivere così. Prendiamo per esempio il muro di separazione dai Territori: è una barriera contro la paranoia. Una soluzione nata proprio nel mio ambiente politico e culturale. L'idea alla base è semplice: con il muro non vedremo più i palestinesi dei Territori e così ogni problema sarà risolto. Il movimento laburista è sempre attento a cercare il dialogo, eppure anche noi sappiamo essere terribilmente meschini. La barriera segna isicamente il confine dell'Europa. Serve a dire: "Qui finisce l'Europa. Gli israeliani sono l'avamposto dell'Europa e una barriera li separa dai barbari". È una posizione assurda, segna l'abbandono di ogni tentativo di integrazione, è xenofoba e demenziale. E per giunta, arriva proprio nel momento in cui la stessa Europa e il mondo intero compiono passi notevolissimi verso l'interiorizzazione delle lezioni della shoah.
La verità è che tu sei un europeista a tutti gli effetti. Abiti a Nataf, ma è come se vivessi a Bruxelles.
Certo. Io vedo nell'Unione europea un'utopia biblica. Non so quanto durerà, ma è una costruzione stupefacente.
La tua ammirazione per l'Europa non è casuale. Uno degli aspetti più interessanti del tuo libro è che il sabra (l'ebreo nato in Israele) Avrum Burg quasi rinnega la sua identità per avvicinarsi a una sorta di romanticismo yekke (il termine israeliano che indica gli ebrei di origine tedesca). Nel tuo libro il modello ideale da seguire è quello dell'ebraismo tedesco.
Il fatto è che tu, Ari, non fai che distinguere e separare, mentre io cerco di unire. Non sto voltando le spalle alla mia identità sabra, sto imboccando una strada diversa.
Io ho una critica da muovere a questo romanticismo. Tu consideri un modello i mille anni di ebraismo tedesco. Questo modello, però, ha condotto ad Auschwitz. La tua utopia yekke è comprensibile e attraente. Ma è una menzogna.
Tu credi invece che possa esserci un romanticismo concreto? Il tuo romanticismo israeliano è reale?

Identità e romanticismo

La mia israelianità non è romantica: è crudele. Nasce dalla comprensione della necessità. Tu, invece, davanti alla necessità ti nascondi. Emotivamente, preferisci emigrare da Dresda a Manhattan piuttosto che fare i conti con il destino ebraico-israeliano.
Anche se non vogliamo accettarlo, la diaspora comincia ai primordi della nostra storia. Abramo scopre Dio fuori dai conini della terra promessa, Giacobbe conduce le tribù oltre i conini e la Torah è rivelata agli ebrei fuori dalla loro terra. Da israeliani e da sionisti abbiamo ignorato tutto questo per secoli. Come l'ebraismo tedesco ha prodotto risultati straordinari, anche gli ebrei d'America hanno creato qualcosa di stupefacente. Hanno dato vita a un contesto in cui il goy (il gentile, il non ebreo) può essere padre, madre, iglio e compagno dell'ebreo. Negli Stati Uniti il goy non è ostile: è aperto, ospitale. Da questo nasce un ebraismo fatto di integrazione, non di emarginazione. In quell'ebraismo trovo caratteristiche che mancano in Israele: qui il goy è ancora quello dei tempi del ghetto, ostile e incline allo scontro.
Il tuo è un atteggiamento profondamente antisionista. Sei dalla parte dell'ebraismo tedesco e americano, e giudichi rozzo e primitivo il sionismo.
È vero. La realtà israeliana non è entusiasmante. E difficile ammetterlo, ma Israele è con le spalle al muro. Domanda ai tuoi amici se sono sicuri che i loro igli vivranno qui. Quanti di loro ti risponderanno di sì? Forse la metà. L'élite israeliana si è già separata da questa terra. E senza élite, non c'è nazione.
Stai dicendo che Israele muore per mancanza di spiritualità...
Sì. Siamo già morti. Non lo sappiamo ancora, ma siamo morti. Il sistema non funziona più.
Quella dimensione spirituale e quel fermento culturale che mancano qui, si trovano nell'ebraismo americano?
Certo. Gli autori ebrei più importanti sono negli Stati Uniti, non in Israele. Ormai non provo più alcun senso di appartenenza alla comunità religiosa di cui facevo parte, e sono altrettanto lontano da quella laica. Non ho nessuno con cui parlare. Sto qui a discutere con te, e neanche tu mi capisci. Sei fermo a un estremismo nazionalista e sciovinista.
Non è esatto. Sono consapevole della ricchezza ebraica di cui parli. Ma penso anche che l'analisi sionista sia corretta: senza Israele non c'è futuro per una civiltà ebraica non ortodossa.
Prendi un concentrato di israelianità: Moshe Dayan (generale e politico israeliano) per esempio. Sei certo che questo tipo di israelianità, se fosse l'unico esistente, potrebbe sopravvivere? Considera invece personalità come Martin Buber o George Steiner (rispettivamente ilosofo e studioso di letteratura di origine ebraica). La mia esperienza mi dice che personaggi del genere fanno molta più strada dei soldati.
Insomma, ti stai preparando all'esilio...


La diaspora comincia ai primordi della nostra storia. È così, anche se non vogliamo accettarlo
Nella storia degli ebrei l'esistenza spirituale è eterna, l'esistenza politica è temporanea.
In questo senso, sei essenzialmente un non-sionista. Per mantenere in vita questo paese occorre un'energia spaventosa, mentre secondo te non bisogna dedicarsi completamente a Israele.
Non esiste una totalità israeliana, esiste una totalità ebraica: l'israeliano è un mezzo ebreo. L'ebraismo ha sempre previsto alternative: l'errore del sionismo è stato annullare queste alternative. Il sionismo ha creato un sistema basato in gran parte su presupposti illusori. L'israelianità è fatta di solo corpo. Non ha anima: tutt'al più qualche rimasuglio di anima. Spiritualmente sei già morto, Ari. Hai soltanto un corpo israeliano. Se vai avanti così, presto non esisterai più.

Il futuro e la bomba

Ma l'israelianità è molto più ricca di quanto tu creda, Avrum! Possiede energia, vitalità, ha diverse facce, è produttiva. Tu, però, sei fuggito dall'israelianità. Hai disertato. Eri un israeliano. Eri più israeliano di me. Ma non lo sei più.
Già, non lo sono più. Io penso che l'essere "non israeliani" non sia un'alternativa a duemila anni di storia ebraica. È per questo che ho scritto il libro: non posso lasciare questo mondo mentendo a me stesso. L'ho già detto: non c'è esistenza ebraica senza narrazione. E qui, in Israele, una narrazione non c'è più. Ma la cosa più grave è che non ci sono forze capaci di tirare fuori una narrazione dall'interno. Per questo scelgo di andarmene nel mondo, nell'ebraismo. Perché l'ebreo è il primo postmoderno, il primo globalista.
Certo, oggi sei un cittadino del mondo: hai preso il passaporto francese e hai votato alle ultime presidenziali...
La mia gerarchia identitaria è questa: cittadino del mondo, poi ebreo e soltanto dopo israeliano. Sento il peso della responsabilità per la pace del mondo. E ai miei occhi, Nicolas Sarkozy è una minaccia alla pace: per questo sono andato a votare contro di lui.
Sei francese, quindi.
Per molti versi sono europeo. E dal mio punto di vista, Israele è parte dell'Europa.
Ma non è così. Sei una personalità pubblica israeliana che sceglie di partecipare da francese alle elezioni francesi. È un atto da ebreo pre-sionista.
È vero. È un atto assolutamente ebraico. Mi sto avvicinando a una condizione totalmente ebraica.
Stai consigliando a tutti gli israeliani di prendere un passaporto straniero?
Chiunque può, dovrebbe farlo.
Ma così viene smantellato il patto che è alla base della società israeliana. Giochi con i tuoi molteplici passaporti: una cosa che molti israeliani non possono fare.
Queste sono le tue paure, Ari. Dobbiamo smettere di avere paura. È ciò che scrivo nel mio libro.
Ma tu non sei soltanto il tuo libro, Avrum. Sei anche la persona che vive fuori dal libro. E c'è una contraddizione fra l'ascetismo dell'autore del libro e la vita politica che hai vissuto.
È una domanda terribile. Comunque in parte hai ragione: per molti anni ho vissuto in una menzogna, non sono stato me stesso. All'inizio del mio percorso politico lottavo con entusiasmo per la religione, lo stato e la pace. Allora ero veramente me stesso. Dopo sono stato un mapainik (militante del Mapai, il movimento precursore del partito laburista): non ero più io, lo facevo senza onestà.
E ora che sei libero dalle costrizioni della politica deinisci gli omicidi mirati degli "atti criminali" e l'occupazione dei territori un'Anschluss israeliana. Un'Anschluss israeliana?
Cosa vuoi che ti dica? Che siamo lì per motivi umanitari? Che siamo la Croce rossa?
Insomma, siamo arrivati a commettere crimini di guerra?
Non riesco a vedere le cose in un altro modo, specialmente se non c'è possibilità di dialogo. Alla ine il numero di innocenti uccisi diventerà talmente grande da non potere più essere controllato. Allora la Palestina, Israele e il mondo esploderanno. Riesco già a immaginare il cumulo di cadaveri palestinesi crescere oltre il muro costruito pur di non vederli.
Ora sei anche gandhiano... Sostieni che la reazione giusta alla shoah non sia stata quella di Mordechai Anielewicz (il comandante dell'insurrezione nel ghetto di Varsavia), ma quella di Gandhi!
Io credo nella dottrina della nonviolenza. Non penso affatto che credere nella nonviolenza signiichi essere un ingenuo. Gandhi è quanto di più ebraico esista.
Il tuo approccio gandhiano ti porta a pensare che Israele dovrebbe abbandonare l'arma nucleare...
Certo. Il giorno in cui sarà smantellata la bomba sarà il più importante nella storia di Israele. Vorrà dire che avremo raggiunto una pace stabile con i nostri vicini e che non avremo più bisogno di armi simili. Dev'essere questa la nostra aspirazione.

 

 

 

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'Non essere amati è solo sfortuna; non sapere amare è una tragedia.' Albert Camus

'L'utopia è come l'orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino di dieci passi, e si allontana di dieci passi. E allora, a cosa serve l'utopia? A questo: serve per continuare a camminare.' Eduardo Galeano

'Non mi pento dei momenti in cui ho sofferto; porto su di me le cicatrici come se fossero medaglie, so che la libertà ha un prezzo alto, alto quanto quello della schiavitù. L’unica differenza è che si paga con piacere, e con un sorriso… anche quando quel sorriso è bagnato dalle lacrime.' Paulo Coelho

'Mi è sempre più chiaro che l'arte non è un'attività elitaria riservata all'apprezzamento di pochi. L'arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare' Keith Haring

 

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